Adolescenti autoreclusi attraverso il computer e i videogiochi
L’adolescenza è quella fase della vita che collega la fanciullezza all’età adulta. E’ un’evoluzione che non avviene senza dolore e prende molte coordinate insieme: quelle fisiche, con la trasformazione del corpo e quelle psicologiche, emotive e cognitive che porteranno il soggetto da una condizione di dipendenza e di bisogno di accudimento, al raggiungimento del pieno sviluppo fisico ed ormonale, all’acquisizione di una adeguata autonomia dalla famiglia e della capacità di assumere responsabilità.

Durante l’adolescenza il soggetto si trova frequentemente di fronte ad eventi che determinano una rottura nell’equilibrio preesistente e che lo proiettano in una fase critica di instabilità, che dura fino a quando il soggetto stesso non sarà in grado di trovare un nuovo e valido equilibrio.

In questa situazione di mutevolezza l’adolescente si trova spesso in situazioni critiche che possono innescare un disagio profondo. Il disagio adolescenziale può esprimersi attraverso disturbi psicosomatici, depressione, comportamenti autolesivi (il 20-25% degli adolescenti che soffrono di depressione tentano il suicidio) o condotte a rischio (il 40% degli adolescenti depressi fa uso di droghe e di questi il 20% diventa tossicodipendente), oppure può comparire in maniera subdola e graduale (ad es., attraverso una riduzione del rendimento scolastico o una modificazione del comportamento alimentare) infine può presentarsi con espressioni comportamentali eclatanti (rabbia, disperazione, crisi di pianto) o con atteggiamenti marcatamente inibiti (chiusura relazionale, mutismo, ritiro degli investimenti).

Tra le espressioni di disagio giovanile caratterizzate da chiusura relazionale piuttosto forte, un preoccupante fenomeno diffusosi in Giappone all’incirca negli anni ’70, sta dilagando purtroppo oltre che negli Stati Uniti e in Europa, anche in Italia, seppure in forme diverse: la sindrome di “hikikomori”.

Il termine “hikikomori” che in inglese viene tradotto con “social withdrawal” (ritiro sociale) deriva dalla contrazione di shakaiteki hikikomori (ritirarsi dalla società): fu coniato negli anni 80 dallo psichiatra Saito Tamaki per indicare un preoccupante fenomeno diffusosi in Giappone all’incirca negli anni ’70.

Gli “Hikikomori” rigettano la vita pubblica ed evitano qualsiasi coinvolgimento sociale. Tendono, quindi, ad isolarsi chiudendosi nelle proprie case e interrompendo ogni genere di rapporto con gli altri, fuori dalle mura domestiche. Diventano schiavi della propria vita sedentaria, giocano con i videogiochi, navigano su internet e guardano la televisione durante tutto il loro tempo libero.

Il fenomeno coinvolge principalmente la fascia adolescenziale, in una percentuale preoccupante: secondo una stima del Ministero della Sanità giapponese il 20% degli adolescenti maschi sarebbero Hikikomori; colpite anche le donne, seppure in percentuale inferiore.

Il ritiro del ragazzo in ”hikikomori” avviene dopo un periodo di assenza scolastica. Abbassamento del rendimento, bocciature, ma anche l’aver subito ”bullismo scolastico” tra le ragioni di chi sceglie di vivere in volontaria reclusione.

Di sesso prevalentemente maschile, questi giovani dicono addio al mondo per rifugiarsi nelle loro stanze senza più uscirne a volte per lunghi anni. Improvvisamente cala il sipario sulla vita: famiglia, sport e amici diventano estranei; si spengono le luci di scena e scende il buio nei rapporti sociali e familiari.

Un“tirarsi fuori” dal gioco della vita teso a difendersi da ipotetici e probabili delusioni procurate ai genitori animati da elevatissime aspettative nei confronti del futuro professionale dei loro figli; una sorta di non misurarsi con la realtà, preferendo la scelta del silenzio e dell’auto-emarginazione.

L’utilizzo travolgente delle nuove tecnologie, associato allo sfaldamento progressivo dei rapporti interpersonali e alla decadenza di modelli relazionali di riferimento, come la famiglia, incide probabilmente sul dilagare del fenomeno.

Palliativo della vita reale, nella maggior parte dei casi di questi giovani che si escludono dalla realtà , sono proprio le scappatoie virtuali: videogiochi ed internet. Questi giovani si allontanano dalle relazioni reali per abbracciare quelle virtuali: il cyberspazio prende il posto della vita reale.

L’adolescente finisce con il rimanere intrappolato in quella rete dove l’unica via possibile è vivere una sorta di alienazione attraverso la realtà virtuale: internet e i videogiochi. Navigare nella rete per questi adolescenti diventa il loro scopo di vita e non ne possono fare più a meno. In questo isolamento sociale si cerca il ricorso ad Internet per cercare occasioni di socializzazione virtuale. L’abuso di internet sarebbe determinato da un senso di vuoto, da un vissuto di solitudine e dalla difficoltà di investire nella realtà reale. Nei ragazzi Hikikomori, la partecipazione alla realtà on line è finalizzata alla negazione della vita concreta, quotidiana, avvertita come intimidatoria.

La realtà on line fornisce il vantaggio di dare gratificazioni immediate. La comunicazione nelle chat o nei diari di bordo, è dominata dalla sensazione, di essere capiti e di capire, di condividere le emozioni proprie ed altrui.

Gli Hikikomori, anche in Italia, sono sempre di più. Non esistono statistiche sulla «lost generation » nostrana poiché, pur essendo un fenomeno diffuso e in completa espansione, viene poco affrontato dagli esperti, che spesso nel diagnosticarlo, commettono errori con conseguenze dannose per il soggetto stesso.

Comunque anche nel nostro paese cominciano a comparire numerosi casi con sintomi simili alla cosiddetta sindrome di Hikikomori, fenomeno giapponese.
Adolescenti che, all’improvviso, tagliano i ponti con il mondo, si barricano in camera e si astraggono dalla realtà anche per anni. Niente più scuola, uscite con gli amici, chiacchierate in famiglia.

Unico chiodo fisso: la Rete, o un videogioco. Una malattia che porta con sé alterazioni del ritmo sonno-veglia e totale limitazione dei contatti interpersonali.
Prigionieri del web difficili da curare. E’ questa la versione occidentale della sindrome del Sol Levante. Età media degli “addicted”: dai 16 ai 24 anni.

Il dott. Tamaki Saito (direttore del Sofukai Sasaki Hospital), considerato il maggior esperto della sindrome di Hikikomori, ha avviato un programma rieducativo chiamato New Start che prevede il recupero delle relazioni interpersonali attraverso un’azione di formazione-lavoro destinato all’instaurarsi di legami che possano fare da ponte tra il ragazzo disagiato ed il mondo. L’azione terapeutica tende a disavvezzare il ragazzo dalla dipendenza, confrontandosi con le sue paure, rendendole oggettive e manipolabili tanto da riuscire ad affrontarle.

I tempi necessari al fine terapeutico possono andare dai pochi mesi ad alcuni anni Fra i progetti in cantiere in Italia c’è l’idea di creare cliniche ad hoc per il trattamento di questo fenomeno con focalizzazione sulla dipendenza comportamentale.

Obiettivo: garantire loro percorsi di riabilitazione efficaci, dalla psicoterapia alle cure farmacologiche.