La problematica “alcol” non è circoscritta solo ai singoli individui, fin dall’antichità ha sempre riguardato la società in genere (anche nella mitologia basta ricordare i baccanali o personaggi quali Bacco): era una questione di status, di appartenenza a uno o più gruppi.L’evoluzione umana non ha cambiato di certo le cose, anzi se possibile ha reso più visibile il fenomeno.

Ormai, pub, birrerie, bar, luoghi d’incontro per assaggiare nuovi tipi di bevande alcoliche non si contano più.

Chi non partecipa agli happy hour, non beve lo “sciortino” , non s’ingegna a trovare posti nuovi dove fare una degustazione anche di pregio, è considerato un disadattato.

Il soggetto che non vuole o non può bere è lentamente ma inesorabilmente emarginato dal gruppo, dalla comitiva.

Molto spesso tali comitive convinte di riunirsi perché legati da un rapporto di amicizia, si ritrovano in pratica solo per consumare alcol. Il fenomeno, largamente diffuso fra gli adulti, da pochi anni sta colpendo una fascia della società di età compresa fra i 12 e 18 anni, un fattore casistico allarmante se consideriamo che nonostante i divieti di servire alcol ai minorenni, i gestori dei vari locali si accontentano di costatare che il minore è accompagnato da un adulto.

Viene da chiedersi il perché di questa tendenza anomala, pur avendo tantissimi modi di trascorrere il tempo in maniera costruttiva, la società trova divertente, anzi necessario sottostare al rito dell’aperitivo, del dopo cena alcolico oltre alla quantità ingerita duranti i pasti.

Mostrarsi intenditori di vini e superalcolici è un simbolo di superiorità in una società che ha perso di vista principi e moralità.

Nonostante le campagne di prevenzione la gente non si rende conto dell’effetto a cascata che genera il bere: incidenti, liti familiari e comportamenti inusuali; tutto quanto ruota intorno a ciò che è diventato un nuovo business.

È auspicabile che almeno gli adulti ritrovino il buon senso per se stessi e per essere da guida alle generazioni in crescita.